giovedì 4 dicembre 2014

CaroIng: mutazioni

Sera inoltrata, prima del pigiama.

In bagno con le pupe. Tanti sbadigli, qualche capriccio, coccole.

E' sempre un momento misto di tenerezza e stanchezza, mio come delle pupe.
Vorrei la bacchetta magica e trovarmi immediatamente a letto con loro, addormentandomi-ci mentre leggo la Favola più bella del mondo.
In un letto king size come ci sono solo negli Stati Uniti, dove si dorme comodamente in tre, senza svegliarsi tutte sudate o per un calcio di troppo (nei reni, sempre).

Ci togliamo di dosso la giornata.
Pronte a indossare il pigiama.
Ma la pupa grande, prima, vuole i grattini.
Sulla schiena, proprio sulle scapole. Grat grat e carezzine.

E poi mi dice.

“Mamma, ma non è che mi prude tanto perché mi devono spuntare le ali d'angelo?”

Mi sono immersa tra i suoi capelli dal sapor di nanna, con una lacrima di troppo, non dovuta al sonno.

E' così, i tuffi al cuore sono sempre a tradimento...

lunedì 1 dicembre 2014

CaroIng: memorie passate, ricordi presenti


I ricordi non sono miei, sono ormai roba loro. Delle pupe, dico. 
Ci tengo a questa cosa, da sempre. Da quando mi sono resa conto di aver avuto un nonno in un campo di sterminio. Ne è uscito un po' precipitosamente, come si usava allora. Senza chiedere permesso, senza dare troppo nell'occhio.
E poi ha viaggiato per giorni e giorni (come non lo so, questa parte non mi è stata tramandata) per tornare in Italia da quella lontana Germania che non faceva proprio per lui.
Aveva una moglie e due figli biondissimi ad aspettarlo e ci ha messo tutta l'anima per rimanere intero. E vivo.
Incredibilmente ci è riuscito, ha varcato la frontiera ed è arrivato dopo diversi mesi in quel di Lanzo.
La moglie quasi non ci credeva, pensava di avere davanti un fantasma. 
Il bimbo piccolo, quello più biondo, non ha esitato e gli ha subito buttato le braccia al collo.
Solo che la sua pelle scottava, i tipi come lui non andavano a genio ai perlustratori.
Farsi trovare in quella casa invece che trasformato in sapone non pareva educato. Decisamente non da galantuomo.
E così ha vissuto svariati giorni in una buca scavata nella terra, in giardino, tra radici di patate e fusti di carota.
Un giorno ne è venuto fuori ed è stato quando tutti sono usciti all'aperto, cantando e ballando, finalmente liberi di respirare.

L'altro mio nonno, quello che ho conosciuto e con cui ho vissuto per la maggior parte della mia vita di bambina e adolescente, era di stampo diverso e, allo stesso tempo, uguale.
Si vantava con me di essere stato in prigione per “disturbo della quiete pubblica”.
Non capivo bene il significato di quelle parole ma lui ne andava fiero e sarà per questo che ancora oggi io fatico a sopportare le imposizioni, l'eccessiva quiete, il silenzio imposto (quello che mi ricavo io mi va benissimo, la solitudine è un'ottima compagna).
Anche nonno A. stava in giardino la maggior parte del tempo. Non conviveva con le patate ma le coltivava. E gli venivano benissimo, come il resto delle verdure.
Litigavamo spesso, lui portava gli stivali infangati in casa e io da brava donnina in fieri mi incazzavo perché sporcava i pavimenti appena puliti (ho iniziato presto, a 13 anni mettevo a tavola tutta la famiglia, i pavimenti erano solo un apostrofo rosa tra le parole Cr'esci).


Passo queste memorie goccia a goccia alle pupe. Perché sappiano, ricordino, capiscano che razza di DNA hanno nelle vene.
E per la proprietà transitiva che è insita in ogni bambino questi ricordi stanno diventando anche loro.
Così la pupa piccola l'altro giorno ti ha detto CaroIng:
“Lo sai che ho un nonno che va in giardino e poi sporca la casa con gli stivali?”

Tu hai fatto tanto d'occhi ma ora sai. Nonno A. è pure suo nonno.

domenica 30 novembre 2014

CaroIng: postilla...

Quindi la colpa è mia insomma...
Mi hanno detto che è per come la prendo io.
Che altre bimbe ci sono abituate, che vedono poco o niente il loro papà da quando sono nate, cosa vuoi che sia una sera in più o una in meno.
Mi hanno detto che queste sono le famiglie di oggi, costrette a separarsi, a incontrarsi su Skype, a sentirsi via what's up. "Che non la vedi la pubblicità? Anche quella si è adeguata. Tipo il papà che racconta la storia all'aeroporto... Vedi? Mica ci siete solo voi".

Se la colpa è mia preferisco tenermela. E sentirla tutta la tua mancanza. Fino in fondo, fino ad avere freddo nel midollo. Piangere insieme alle bimbe e fare poco o nulla per nascondere le lacrime.
Ciò che sento voglio mostrarlo. Dare il giusto peso alle cose senza per questo cedere al vittimismo.

Buon viaggio CaroIng.

CaroIng: tra 25 giorni è Natale


Caro Ing, domani è il primo dicembre ed è il giorno di inizio del calendario dell'Avvento.
Ogni giorno una finestrella, ogni dì un dolcetto, ogni 24 ore un giorno in meno a Natale.
E alle vacanze.
Quest'anno non voglio farmi cogliere impreparata e parto in tempo con la mia letterina a Babbo Natale. Voglio fregare orde di bambini che con i loro desideri semplici e teneri arriveranno sicuramente per primi nel suo cuore e sulla slitta.
Se scrivo oggi magari la mia letterina non verrà seppellita e ho una speranza che tu, Santa Klaus, legga anche me.

Innanzitutto perché me lo merito.
Ad esempio, venerdì scorso dopo una mattinata infernale durata fino almeno alle tre del pomeriggio, ho recuperato le pupe a scuola e le ho portate a danza. Avrei potuto farmi questi famigerati Fatti Miei ma ho invece sperperato svariate decine di euro per comprare tutto il necessaire per fare insieme alle pupe un calendario dell'Avvento home made con il botto.
Inutile dire che è ancora tutto lì, perfettamente impacchettato accanto alla mia borsa. Troverò il tempo anche per quello. Credo. (Quel che mi frega sono le riviste a tema di questo periodo, i blog pieni di idee carine da morire, sembrano tutte facili da fare, tutte sprint. Ma sono scema? Non lavorassi in editoria sarei più giustificabile, ma io SO - dovrei sapere - che nulla è vero, che è tutta un'illusione per farti abboccare. Ma niente, io ci casco con tutta me stessa e abbocco sorridendo beata).

Dicevo, la letterina.
Ecco, è più o meno questa.

Caro Babbo Natale,
so che da me non ne ricevevi più da tempo di letterine. Forse mi hai perso di vista, preso come sei a salire e scendere dai tetti e da quella slitta a sei renne.
Sono sempre più o meno io, un po' più in carne forse ma, sai, dopo due pupe all'attivo son cose che accadono. E ho anche un compagno, un marito, uno che ha accettato un po' di anni fa di stare insieme a me nel bene e nel male.
Al momento stiamo ai patti entrambi e senza sforzi eccessivi. Poi vedremo, che sarà sarà, non fasciamoci la testa, non esistono più le mezze stagioni, la colpa è sempre a metà strada.

Diciamo che per ottemperare alla promessa mi sarebbero d'aiuto un paio di cosette.
Io te le elenco, chissà se puoi metterti una mano sul cuore?

1. Vorrei che Archimede Pitagorico esistesse davvero e che inventasse il dilatatore temporale. Quella cosa per cui ti assenti un minuto nella vita reale e sei stato via un mese in un lasso temporale parallelo. E in quel mese manco a dirlo sei stato in vacanza a Mauritius.
2. In alternativa al punto 1, ma se credi anche in sommatoria, vorrei tanto il teletrasporto di Star Trek. Ad ogni telegiornale, ad ogni servizio esclusivo, sto con il fiato sospeso: è lui, è arrivato, ora potrò fare come il Capitano Kirk e svaporare in un mare di scintille. Ma lui, il teletrasporto, non arriva mai e io sto un po' iniziando a perdere le speranze.
3. Vorrei che Romeo, il gatto-puzzo-miao come è stato ribattezzato negli ultimi giorni, capisse l'importanza di mantenere rapporti decenti con il vicinato e la smettesse di tirare via tutta la terra dai vasi che abbiamo in terrazzo. Aiuterebbe il saluto e io non sarei costretta a scappare letteralmente quando incontro la vicina di sotto.
4. Vorrei che ci fosse un termine a questo limbo. Oppure, al contrartio, l'amara certezza. Ma saperlo, ecco. Trasferta modenese finché morte non ci separi? Tortellini fino a maggio?
5. Vorrei tanto ma tanto che la pupa piccola smettesse di chiedere "Quando torna papà?" alle 7.15 del lunedì mattina.
6. Vorrei tanto ma tanto che la pupa grande smettesse di fare l'indifferente quanto tu CaroIng chiami o ritorni.
7. Un capo di lingerie di Victoria's Secret.
8. Vedere più speso gli Amici - come oggi - perché è come respirare aria pura a pieni polmoni dopo tre minuti d'apnea statica.
9. Fai tu, basta il pensiero. 

Ecco tutto. Io ti prometto che sarò buona buona, terrò a bada l'impazienza e prenderò tanto magnesio.
Grazie di tutto Babbo Natale e quando entri in salotto per cortesia dàllo un morso a quel biscotto che sennò le pupe ci rimangono male...

                                                        La Brì



 

sabato 22 novembre 2014

CaroIng: abracadabra

CaroIng, ti scrivo.
E ti parlo anche, ma a volte tu non senti.
E ti ascolto, quando posso, quando le urla delle pupe non coprono quel che dici (ma come mai a Modena il tuo gestore prende così male?).
E ti penso, spesso, più di quanto vorrei, sicuramemte più di quanto dovrei.
Questo non è un blog da mamme. Questo è un blog da donne in cerca di una soluzione. Che forse non c'è, o magari è dietro l'angolo ma siccome io corro corro e corro rischio di andare dritto e di non girarlo proprio quell'angolo.
Così la soluzione la troverà qualcun altro e io rimarrò con un palmo di naso (e il fiatone per aver corso tanto e inutilmente).
Gestire un rapporto di coppia dopo 11 anni di matrimonio è un'impresa non da poco. Soprattutto da quando tu, ne sono ormai certa, ti sei costruito una vita parallela in Emilia, con tanto di moglie magra, due figli maschi e un cane.
Potrei andare (io come tanti altri, beninteso) da Maria De Filippi che il sabato sera conduce Tu sì che  vales (le tre X, come lo chiamano le nostre pupe), l'unica trasmissione bimbo-adulto concessa tra le nostre mura.
Durante il resto della settimana dominano Rai Jojo e Boing.
Porterei messaggi, telefonate, regali attesi e mai arrivati, cambi di traiettoria e di prospettiva, voli da Monaco annullati all'ultimo, compleanni passati a stringere una copertina in pile, montagne di sospiri e qualche buon calice di calde lacrime. Millesimato, ottimo perlage, sentore di miele e fiori bianchi.

Cosa mi direbbero i tre giudici?
Che valgo? Che il mio, il nostro, è un talento o solo una discreta capacità di applicarsi, di allontanare gli istinti, di cancellare i dubbi? Perché il punto non è la quantità, naturalmente. E' quell'antipatica della qualità. E' sempre lei a mettere i bastoni fra le ruote.

Io stasera mi manderei direttamente in finale. Il talento ce l'ho.
Anzi, direi che si tratta quasi di magia.
It's a kind of magic.

Me l'ha confermato la pupa piccola che ancora si addormenta al mio fianco per fare la nanna del sabato pomeriggio.
Mi pastrucchia i capelli fino a quando si addormenta (o io non ce la faccio più e le allontano il braccino). E' un'abitudine che ha preso sin da quando aveva un anno o poco meno e non l'ha più abbandonata. All'epoca avevo capelli biondi e lunghissimi, ora sono corti e violetti (ma poco importa, nei pupe-disegni io posso vantare gli stessi capelli biondi e lunghi fino a metà schiena, anzi a volte fino ai piedi).
Oggi mi ha detto: "Mamma, così sì che mi addormento bene. I tuoi capelli sono popio... magici".

Una fatina quindi. O un folletto. Un elfo femmina (esistono?).

Più probabilmente, una strega.



mercoledì 12 novembre 2014

CaroIng: volando & volendo

Nonostante abbia solo otto anni la pupa grande è una gran sentenziatrice.
Lei crede di parlare normalmente. In realtà, sentenzia.
Dice cioè delle cose illuminanti, chiarificatrici, in grado di aprire gli occhi ai ciechi adulti che la circondano. In primis, io.

Domenica mi ha chiesto: "Mamma, ma esiste anche la scuola paterna?".
Lo spunto iniziale è l'esistenza della scuola materna dove va la pupa piccola.
Se esiste una scuola materna, ha pensato, esisterà anche una scuola paterna.

No, la scuola paterna non esiste. Esiste solo la scuola materna.
E perché esiste solo la scuola materna? mi sono domandata io. Mica solo le madri possono insegnare (se unisci scuola+materna è questo che ti viene in mente).
Anche i padri possono essere un'inesauribile fonte di verità, coccole, castighi, sorrisi, punizioni, dubbi, certezze, supposte e raccolte di vomito notturne.

Io non so voi, ma la mia riposta è no. La scuola paterna non esiste perché i padri non possono essere quell'inesauribile fonte. Ci sono delle eccezioni, naturalmente. Che, manco a dirlo, confermano però la regola.

Nel mio caso specifico poi, i padri non possono anche perché vivono a Modena, che sta vicinissimo a quell'altro paese che si chiama Millemiglia, frazione Didistanza.

Il dubbio è lecito: se abitasse con noi, quale sarebbe la percentuale di cambiamento?

Oggi piove e ho l'emicrania. Quindi non ho nessuna intenzione di rispondermi.

Diciamo solo che:
- mi sveglio ogni mattina alle 6,30 e per il solo fatto che un calzino manca all'appello io sono già in ritardo. Quando, come oggi, le pupe hanno sonno e non riescono ad alzarsi dal letto, io rischio l'infarto.
- ho prenotato il controllo nei per la pupa grande. Il giorno sbagliato e all'orario sbagliato, perché tu CaroIng sei in trasferta (in Germania suppongo ma ora non ricordo). Mi hai detto che stamattina me l'avevi detto. Quando? In quale punto del mio viaggio della speranza per arrivare fino in ufficio? In ogni caso, non cambia nulla: era scontato che ce la porterò io, che io prenderò permesso, che io farò un triplo salto carpiato per dribblare una conference call o la visita inaspettata del Cliente più Importante del Mondo in Azienda. 
- lunedì inizia catechismo e io ne approfitterò per cercare di carpire il trucco biblico della Trinità. IO in tre posti diversi, allo stesso momento. Catechismo, ufficio e studio dentistico (se rinasco una cosa sola voglio: una dentaturta perfetta). Non so come ne verrò fuori ma so che questo aspetto non viene contemplato nei corsi pre-parto (quando si pensa che la parte più difficile sia appunto il parto. No, non lo è).
- la stessa mattina dello stesso lunedì sarebbe stato disponibile l'oculista per la pupa piccola. Ho deciso che non è urgente e che almeno questa la posso rimandare. I sensi di colpa, quelli no. Si sono già abbarbicati su entrambe le spalle. E poi sto lì a domandarmi perché ho sempre mal di schiena...
- venerdì scorso ho visto un amico che non vedevo da tempo. Anche lui ora è padre. Sembra che lo stile sia quello. "Mah, sai, non è che io mi metta a giocare con il pupo sul tappeto con i Lego. Lo accompagno al parco, andiamo in giro. Per i lego, c'è sua madre". Già_  Lo stile mi sembra quello CaroIng. Magari potreste incontrarvi e ciarlare di quanto le amministrazioni comunali non dedichino abbastanza risorse alla manutenzione delle altalene.

Ah.Tra poco CaroIng è il tuo compleanno e forse ti sto preparando una sorpresa. O forse no.
Vado in trasferta.

lunedì 3 novembre 2014

CaroIng: oggi sei qui

A dire il vero oggi non dovrei proprio scrivere qui.
A dire il vero oggi mi basterebbe girarmi dalla tua parte del letto per parlarti.
Perché come me sei a casa ammalato.
Da Modena mi hai portato l'infuenza intestinale.
Grazie del pensiero, davvero. Non dovevi disturbarti tanto. Bastava anche solo un pezzo di Parmigiano o una botticetta di aceto balsamico. Sul serio.

E invece sono qui che scrivo. Per me in primis. Perché non capisco e quando non capisco ho bisogno di distendere i pensieri, di stirarli su un foglio, di allargarli sul tavolo come si fa con la placenta subito dopo il parto per vedere se è tutto ok o qualcosa è andarto storto.

Qualcosa è andato decisamente storto.
Un bambino, perché in seconda media sei a tutti gli effetti un bambino, è stato picchiato dai suoi compagni di classe.
Sua mamma, la Dottoressa P, è la mia dentista da sempre. Oggi l'ho chiamata per un problema di capsule & co.
Lei mi ha risposto da casa, non dallo studio.
E la voce era seria, più del dovuto.
Poi mi ha detto e io non sono più riuscita ad aprire bocca, a formulare un pensiero logico, un'espressione di convincente empatia.
Ero, e sono, frastornata.


Lui non guarda i video porno.
E non li scarica.
E se lo facesse mai li porterebbe a scuola.
Ergo, si merita le botte, e tante.
Tante da dover consultare un neurologo.

E allora penso alle mamme. A tutte le mamme.
Alle mamme di quei bambini che hanno picchiato.
Cosa direte ai vostri pargoli? Picchia più duro la prossima volta? Oppure cercherete dappertutto l'errore per avere la possibilità di correggere e raddrizzare?
Alla mamma di chi ora si deve portare quelle ferite addosso e nel cuore.
Cosa avrei fatto io al tuo posto? Forse niente di confessabile. Mi avrebbero dovuto portare via con la forza. Avrei ancora le unghie nelle loro carni...
A C., amica da sempre e mamma di I., nato dalla pancia di un'altra ma rinato con lei. 
Penso a tutte le volte che lo offenderanno e non lo faranno sentire "come loro". E a tutta la forza che dovrai avere...
A S., mamma di F&F, che ha sulle spalle il peso di un mondo intero.
Come ti ammiro amica. Coraggio!
A V., la mamma di A., che ha voluto a tutti i costi sentire suo figlio in pancia prima che nel cuore. E che forse adesso sa che è mamma per tutte le volte che si è svegliata nel cuore della notte e non per i calci che ha ricevuto in quei nove mesi.
Alle mamme che chiamano cuccioli i loro figli e poi li espongono come fossero trofei. Cuccioli appunto.
A due donne che presto diventeranno, anche, mamme.
Alle mamme, a tutte le mamme.

Perché è un mestiere paurosamente difficile. Mostruosamente difficile.
Non che quello del padre sia meno impegnativo. Io credo sia però decisamente diverso.


Il tasso di natalità di una nazione è uno degli indici statistici maggiormente in grado di definire il benessere di quella stessa nazione.
Il tasso di felicità dei suoi bambini, anche.
E la felicità dei figli di una nazione dipende dalla preparazione, dall'educazione, dall'indipendenza e dalla libertà delle sue madri.
Che, spesso, sono anche mamme.







giovedì 30 ottobre 2014

CaroIng: tutti abbiamo una Sindrome

La prima bronchite della stagione - mia per fortuna e non delle pupe - ha portato con sè dei risvolti positivi, inaspettati e sorprendenti.

1. Sono qui a scrivere e sono le 6.00 di mattina. Ho lo sguardo allucinato e la faccia a strisce da guanciale ma sono qui. E non ne posso fare a meno. Il principale coautore di questi risvegli è sicuramente il cortisone (ma perché la gente prende cocaina quando sul mercato c'è il cortisone?) ma una complice indispensabile è anche l'ora, che non è più quella di prima e mi dice che è tardi anche se è presto.
E poi vedere il sole che sorge è sempre una bellissima esperienza.
E poi mi mancava questo blog (gulp!).

2. Ne approfitto e cerco di smettere di fumare.

3. Sono riuscita a fare il cambio di stagione del mio e del tuo armadio CaroIng. Cosa manca nel tuo lo vedrai quando tornerai. Cosa manca nel mio te lo dico subito.
- Sono riuscita a dire addio a una serie di camicette in cui non sarei mai potuta rientrare e me ne sono finalmente fatta una ragione. Dopo due parti e due allattamenti rimettere quelle risicate terze sarebbe stato impossibile. Via, andale, fuori.
- Le suddette poi erano proprio al di là dei miei gusti attuali. C'era del rosa e dell'azzurro, ti dico solo questo. Ma sul serio le mettevo? Ma tu c'eri? E io c'ero (con la testa dico)?

3. Ho infastidito con il mio tossire i presenti a ben due riunioni scolatische. La prima della pupa piccola - dove tutto sommato non ho nulla da segnalare se non il fatto che la cecy è stata l'unica bambina ad entrare in classe, sedersi sulle ginocchia della maestra e far finta di avere tutti i diritti di trovarsi lì (no che non li aveva, ma non sono riuscita a convincerla a star fuori dall'aula) - la seconda della pupa grande.
E lì, CaroIng, ho veramente dato il meglio di me.

Ho la Sindrome da Prima della Classe conclamata.
- Sono arrivata in ritardo e ho salutato tutti con "Sono affranta". Sono affranta? Ho sentito delle risatine (forse solo nella mia testa). Ogni tanto mi sento la reincarnazione di Guido Gozzano.
- Quando le Maestre hanno chiesto "ci sono domande?" la mia manina è balzata come una molla.
Non ce la faccio, è più forte di me. Se ho una domanda, ne faccio due. Se ho un dubbio, ne tiro fuori almeno un paio.
Stare zitta non mi si addice. Non voglio tornare a casa e pentirmi di non aver chiesto questo o quello. Quella parte dell'adolescenza l'ho superata. Quella.
Ma può anche essere uno dei sintomi della Sindrome.
- Ho preso appunti dall'inizio alla fine. Diligentemente, con penna e agendina alla mano (che poi tra un mese non saprò più dove l'avrò messa è un altro affare...) mica solo su iPhone.
- Ho fatto sorrisini compiaciuti alla nuova rappresentante di classe. Io? No, io no grazie. Mi sono fissata la punta delle scarpe, ho distolto lo sguardo e ho usato tutto il mio linguaggio corporeo per allontanare da me tale sciagura.
- Però ho dato già qualche consiglio extra alla neo-rappresentante. Tipo: "Perché non creare un bel gruppo di what's up dellle mamme di seconda?"
Mi sono odiata.
- Ho tentato di (ri)allacciare legami extra scolastici. Non ci sono riuscita molto. Ma non mi sento in questo caso di dare colpa alla Sindrome.

Perché lo faccio?
Crocetta CaroIng la risposta per te più convincente.
  • Perché ho degli arretrati di un certo peso che ancora oggi mi fanno Sentire inguaribilmente affetta da Sindrome da Ultima della Classe.
  • Perché vorrei evitare alla lety sorprese inaspetatte dovute al fatto che la mamma "ogni tanto si dimentica le cose...".
  • Perché mi porto dentro un bel po' di insoddisfazione per tutte le volte che non ho parlato, non ho detto, non ho manifestato.
Che poi sono proprio quelle parole lì che si bloccano in gola e ti fanno venire la bronchite e poi prendi il cortisone e poi non dormi la notte e poi...

 

mercoledì 22 ottobre 2014

CaroIng: Blowin'in the wind


Mi piace il vento. Mi innervosisce terribilmente ma mi piace.
Un amore-odio di antiche radici. La storia familiare dice che già in culla rompevo le balle quando c'era il vento ma poi mangiavo.

Adesso che sono adulta ho razionalizzato.
Il vento mi piace un sacco perché:
  • Libera del superfluo: come quando soffi sul piumino di cipria per togliere l'eccesso. Ne hai messa troppa, sai che se la stendessi sul viso sembreresti Joker, tu ci soffi e a quel punto hai la quantità giusta.
  • Pulisce: al primo acchito sembra che il vento sporchi. Riempie le strade di cartacce, l'androne di casa di foglie e polvere, se non chiudi gli occhi alla folata giusta 9 su 10 ti viene la congiuntivite. A ben guardare però, pulisce. Perché vuol dire che quelle cartacce c'erano già prima no? Che quelle foglie erano destinate a cadere e a volarti in faccia comunque. Che nessuno aveva eliminato la polvere, magari era stata ben nascosta sotto al tappeto, ma eliminata no.
    Ecco, si può dire che il vento sia come un evidenziatore che sottolinea là dove c'è bisogno di intervenire. Come una vicina di casa pettegola e molesta è lì a farti capire che bisognerebbe usare la ramazza per le parti comuni.
    Lo vede quell'angolo pieno di cicche? E' perché qualcuno le ha buttate, cara. Le cicche non nascono da sole.
    E le cartacce nel giardino? Che non mi si dica che i bambini non mangiano in cortile perché mi sembra evidente che non è così...
  • Restituisce il blu al cielo. E tutti i colori vanno al loro posto.
    Ma l'hai visto oggi il cielo CaroIng? Anche a Modena è così? Sembra proprio in HD, in BluRay, in Cinemascope. Non il solito Slow Motion delle ultime giornate. Wow. 
    Val bene sopportare un po' di vento per avere un cielo così.
Anche noi dovremmo fare un po' come il vento ogni tanto. Pulire, sgomberare, eliminare il superfluo. Si sa, leggeri si viaggia meglio. Un bagaglio pesante non ti porta lontano. E, soprattutto, a forza di vagolare nelle nebbie non alzi più lo sguardo.

martedì 21 ottobre 2014

CaroIng: il tempo vola. Come le foglie...


La festa di Halloween mi piace tanto. Da piccola non sapevo neanche cosa fosse ma erano gli anni Settanta e non conta, il consumismo non era che ai suoi inizi.
Sin dalle elementari sentivo però l'esigenza di una festa “intermedia”, a metà strada tra la fine della scuola e il Natale.
Qualcosa che mi aiutasse a capire perché le foglie cadono, perché sui prati si stende la bruma e dove nasce la malinconia.
Ora lo so.
Le foglie cadono perché anche gli alberi si travestono.
E non potendo mettersi niente addosso, si tolgono quel che hanno.
E so anche benissimo da dove nasce la malinconia. Per me ha origine nel cambiamento e nella sua ineluttabilità.
Non puoi trattenere il fiato fino a diventare blu, non serve.
Mettere le sbarre alle finestre e i lucchetti al cuore neanche.
Il tempo passa, le persone se ne vanno, alcune si allontanano per sempre e quelle dannate rughe sono sempre di più.

Davanti a casa nostra dimora una lunga fila di tigli. Saranno una decina, tutti ordinati e impettiti.
Per me sono loro a scandire il passare delle stagioni. Ora, ad esempio, sono una vera rottura perché, appunto, si travestono a modo loro, facendo cadere foglie su foglie, instancabilmente. E prima di entrare devi attraversare un tappeto giallo e maron.
Si vede che vogliono farsi trovare pronti per Ognissanti.
A primavera so che la signora antipatica del palazzo rosa romperà qualche ramo qua e là per poter passare meglio, senza dover piegare la testa, non sia mai.
In inverno so che diventeranno pericolosi, che prima di passare sotto ai tigli sarà bene scrollarli un po' per non farsi un'improvvisa doccia di neve.
In estate so che le foglie saranno ricoperte di puzzolentissimi insetti dagli escrementi appiccicosi e che insieme alle bimbe potremo scoppiare le palline che vengon giù dai rami.

Ho il mio Tigliorologio insomma.

Da una decina di anni a questa parte festeggiamo Halloween con il nostro gruppetto di amici. Prima, tra di noi, con fiumi di vino e pietanze dall'aspetto disgustoso. Ora, con i nostri bimbi, con fiumi di latte, coca cola e quintali di dolcetti caria-denti.
Sai qual è stato l'anno più bello per me?
Quello in cui ci siamo travestiti da Gomez e Morticia Addams. Secondo me, spaccavamo.
A te dona il doppiopetto e a me l'aspetto da vampira e gli occhi bistrati di nero.

Ho chiesto alle pupe da cosa vorrebbero travestirsi per Halloween.
La lety propende per la strega, un classico intramontabile (di cui peraltro ho già tutto l'occorrente).
La cecy invece non ha voluto sentire ragioni.
Io per Aulin (leggi: Halloween) voglio essele una fatina, anzi, no una plicipessa.
Silenzio in macchina. Io e lety non sappiamo come dirglielo.
Ehm, tesoro, ad Halloween ci si veste di solito da mostri, streghe, vampiri...
Mostrri? Che mostrri? Come quelli che sogno e che mi spaventano che poi vengo da te e piango?
Hai ragione pupa. Vestiti da fatina.

La cecy non deve esorcizzare un bel tubo. Non ad Aulin almeno.

venerdì 17 ottobre 2014

CaroIng: dove vanno a finire le nonne?


Da una manciata di giorni a questa parte, tutte le volte che accompagno la pupa piccola alla materna si avvicina titubante un bimbo. Avrà un anno più della pupa piccola. Ha una crosticina sul naso, di quelle che passano in fretta se tutte le volte non le gratti con il dito. Ma a quattro anni non si può resistere...
Ha lo sguardo più triste del mondo. Non piange ma è serio serio. E mi chiede.
“Dov'è mia nonna? Tu lo sai dov'è la mia nonna?” Oh, tesoro, non lo so ma vedrai che tornerà presto presto.
Lui non si convince affatto. Sa che sto mentendo. Che non ho la minima idea di chi sia sua nonna e di quando tornerà. Ma tutte le mattine ci prova lo stesso. E io mi chiedo: perché mi chiede della nonna e non della mamma? La nonna gli avrà detto che è solo andata a prendere il pane un attimo (noi mamme le diciamo queste cose sciocche al momento dell'inserimento non pensando affatto che il bimbo sa benissimo che a comprare il pane non ci si mette una mattina intera)?
Mi si strugge il cuore.
Sarà per l'accoppiata occhi + crosticina (dove sarai caduto? Dalla bici, dal monopattino, dalle scale?) ma mi trattengo a stento dall'abbracciarlo, dal fermarmi in classe tutta la mattina e disegnare farfalle, fiori e giardini incantati (dove le nonne siedono sulle panchine e distribuiscono baci e caramelle).

giovedì 16 ottobre 2014

CaroIng: azioni, reazioni e chimica degli eventi


Ad ogni azione corrisponde una reazione. E i bambini lo sanno bene. Sono capaci di sfruttare le potenzialità insite nei loro occhioni sin dalla più tenera età.
Ieri ascoltavo alla radio la “notizia” che il bimbo non impara a dire mamma per affetto. Perché ha scoperto che quella con le tette di fuori, o il biberon, è la mamma.
Ma semplicemente perché gli è comodo, funzionale e innato pronunciare dapprima le vocali aperte e le consonanti m ed n.
Caso strano, tutte le lingue – lo dico a spanna – del mondo intero si sono unite e congiunte hanno decretato che quei suoni vogliono dire mamma.
In realtà sono i bimbi di tutto il mondo che hanno deciso. E noi lì a credere che siamo stati noi, i vocabolari, gli studiosi di lingue e idiomi.
Nu, nu.

Ad ogni azione corrisponde una reazione, dicevo.
Il fatto sta tutto nel calibrare l'azione per ottenere la reazione voluta.
A volte ci si sbaglia, si mira male, la freccia parte e per errore non va a colpire nel segno, ma il muro accanto.

Capita anche ai bambini.
Stamattina all'entrata della scuola elementare della pupa grande c'era un bimbo molto serio, direi proprio con il muso. Aveva le braccia conserte e lo sguardo puntato per terra. Non ne voleva sapere di entrare. I fatti erano chiari: l'italiano preferisce impararlo giocando, la matematica è un'opinione, l'inglese serve solo se abiti a Londra. E a scuola non ci si diverte per niente. Stop.
A nulla servivano le parole incoraggianti del papà. I piedi rimanevano lì piantati nell'asfalto. Non aveva ombra, dritto come un fuso.

La bimba che già da qualche minuto si stava facendo accarezzare i capelli dalla bidella – una di quelle con lo sguardo già molto furbo e gli occhiali già molo trendy – gli ha chiarito il concetto.
“Così non serve a nulla. Devi piangere”.

Silenzio degli astanti. Qualche sorriso. La lety per fortuna non ha sentito (che sennò era un attimo).
Azione debole=reazione insufficiente e a scuola ci vai lo stesso.

Mi domando: quindi ho sbagliato anche io? Ti ho fatto credere di essere forte che sì magari avrei avuto bisogno di qualche pat pat sulla spalla in più ma che poi, dai, sarebbe andato tutto bene?
Azione insufficiente. Reazione tipicamente maschile=ok, allora vado, ci vediamo venerdì.

Ok, ricalibro il tiro. Tiro un po' più su l'arco e un po' più giù le braccia. Chiudo un occhio e poi miro.
E questa volta vedrai di me tutto ciò che non ti ho detto, tutta la forza che mi manca, tutta la fermezza d'animo che non ho.

Domanda: quando l'azione è uguale alla reazione il risultato è zero? Tutto si annulla e il gioco ricomincia da capo? Si passa dal via a ritirare la carta Ritenta sarai più fortunato (e sincero)?


mercoledì 15 ottobre 2014

CaroIng: La Plupla



La pupa piccola è nata femmina. Ma porta con sé i tratti distintivi del maschio dominante. 
Non mi sono preoccupata per l'inserimento alla Scuola dei Grandi (leggi: la materna). 
Conosceva già la scuola, la classe e le maestre. 
Certo, il fatto di aver accompagnato per tre anni nello stesso posto la pupa grande può aver giocato un certo peso... Non mi sarei comunque preoccupata eccessivamente. Cecy sfida di petto il mondo. 
Di petto e di piede. Ha soli tre anni e mezzo porta il 28. Con le paperine osa il 29. 
Un calciatore quindi. Ma con le paperine.
Domina già la situazione. Ha la faccia birbante e l'aria spavalda. Ogni mattina mi fermo cinque minuti in classe con lei per disegnare e così accompagnarla nell'inizio della sua giornata. Disegnare mi piace, non sono brava ma mi applico.
Le mie farfalle hanno ali troppo lunghe e forme inesistenti. Le coccinelle sorridono, così come i fiori e le tartarughe. Più in là non mi spingo. Una principessa alle 8 e mezza del mattino è troppo per me. Vorrei lasciarle ogni disegno perché le tenga compagnia. Cecy potrebbe colorarlo, pasticciarlo e così passare serena quei minuti che anticipano l'inizio vero e proprio della giornata. Quel limbo in cui le maestre sono troppo prese dalle mamme per fare le maestre.
Ma cecy non vuole. Mi restituisce ogni giorno il foglio disegnato così che a oggi in macchina ho già una discreta quantità di capolavori.
Chiederle il motivo sarebbe un passo falso. Lei sa che io so che lei sa.
È un regalo no? E a caval donato non si guarda mai in bocca...

Qui in basso, uno scorcio delle mie capacità artistiche. La Plupla (Multipla)

martedì 14 ottobre 2014

CaroIng: baci rubati


Ore 18.00: secondo appuntamento con La Palestra.
Ovvero: i sogni prima o poi si avverano basta aspettare (ma tanto...).
Ore 18.10: secondo appuntamento con L'Istruttore.
L'Istruttore è quel ragazzo belloccio e dotato di muscoli sprovvisti ai più che con un mefistofelico sogghigno venerdì si è avvicinato e così, a bruciapelo, senza un minimo di preavviso e di buona creanza, mi ha chiesto: quanto pesi?
Ma dico?
Come se non bastasse ha reiterato la domanda “Che obiettivi hai? Perdere un po' di peso?”
Sul serio, volevo sprofondare nell'asciugamano tergisudore, nasconderci la faccia dentro e non riapparire mai più.

Credo però che la domanda peggiore sia stata “Fisicamente tutto ok? Problemi alle ginocchia?”
E così la mente è partita e ho pensato alle possibili risposte a questa domanda se a farmela fosse stato un medico.

Sì, dottore, tutto ok. Cioè, le ginocchia sono a posto. E' il cuore semmai a darmi qualche problema...
Il cuore? Mi faccia auscultare, prego.
Tum... fii... tum
In effetti c'è un suono strano, come un buco, un soffio insomma. Ha avuto qualche problema di cuore recentemente?
Che dire, doc? E' una vita che mi scavo dentro, che provo a capirmi, a sondarmi. E scava che ti scava, sarà venuto fuori qualche buco...
Proviamo a soffiare aria, vediamo se riusciamo a capirne di più...
Per carità, doc, non tocchi nulla. Lì dentro la situazione è precaria. Basta un nonnulla per mandarlo in tilt. Un frase inappropriata e ho le palpitazioni, un sorriso inaspettato e mi sento in Paradiso. Non possiamo aggiustarlo in altro modo?
Eh, ci servirebbe un cerotto potente, di quelli grandi e che non si staccano mai, nemmeno se piove. Guardi, con gli adolescenti ho lo stesso problema ma con loro è facile, basta aspettare. La maturità riempie i buchi del cuore.
Quindi qualcosa in me è andato storto e ora ho il cuore come uno scolapasta, un attrezzo per il purè, uno spremiaglio per la bagnacaoda... Doc, come posso fare?
C'è solo un rimedio apparentemente...
Strati e strati di abbracci. E poi tamponi, tamponi forte. A ogni lacrima, ci metta una garza, un sorriso, un bacio. A forza di incastrare, il buco diventerà più piccolo e forse un giorno non lo sentirà più.
Ho solo una raccomandazione importante. Anzi, la più importante.
Quale doc? Sono tutta orecchi...
Non se li aspetti gli abbracci, li dia. Per i baci, preferisca quelli rubati, sono sempre i migliori. E per i sorrisi vada dritta dritta dalle sue bimbe: sono le pusher migliori...



CaroIng: sussurri e risate

La notte è fatta per dormire.
Apparentemente. A detta dei più. Cosi sembrerebbe.
A casa nostra è fatta per fare ginnastica, per spostarsi da letto a letto, per bere acqua, urlare nel sonno, ridere (esperienza agghiacciante per chi sente...), per testare la soglia della resistenza genitoriale.
A onor del vero queste notti spossanti stanno diminunedo e aiuta il fatto di prepararsi con calma, mettersi il pigiamino con un po' di coccole, sbaciucchiarsi assai.
Non aiuta affatto che mamma crolli per prima sul divano, che si metta a russare in mezzo alla sigla di Family Club.
Se è la lety a svegliarti alle 10.45 qualcosa è andarto storto.
Tra i risvolti positivi di questo imprevisto c'è però che la cecy è già cotta e basta una carezza per farla addormentare del tutto nel suo lettino.
E io e te, lety, siamo lì che la spiamo per vedere se davvero si è addormentata.
Se non chiama "mamma" è fatta.
Se non si alza è andata.

E tu, lety, puoi venire nel lettone con me.
Per quei preziosi dieci minuti di chiacchiere da donne.
Di borbottii, sussurri, risatine.
Di segreti segretissimi e piccole confessioni.
Come quella che ti ho fatto ieri sera.
"Sai tesoro bello che ti voglio così bene che per te farei di tutto... anche... anche buttarmi nel fuoco".
  ...
"Anche io mamma. Io per te mi butterei nella panna montata"
 

lunedì 13 ottobre 2014

CaroIng: habemus La Baby Sitter


Tra pochi giorni farà il suo ingresso a casa nostra La Baby Sitter. Quando ero piccola io nessuno aveva La Baby Sitter. Qualche mamma si faceva aiutare dalle amiche all'uscita dalla scuola. Qualcuno, persino, prendeva ripetizioni. Ma nessuno aveva La Baby Sitter. 
Le mamme stavano per lo più a casa, preparavano la merenda e la cena. Forse non avevano ben presenti le indiscusse virtù degli insegnamenti socio pedagogici legati allo sport, all'inglese corretto imparato da bambini, ai corsi teatrali di libera espressione corporea (e bla bla bla) ma c'erano. E a volte c'erano anche i papà. Con i loro modi e le loro possibilità, ma c'erano.
Se per esempio se da piccola ti veniva l'otite e la febbre alta a scuola, le maestre avevano un numero (di casa e non di cellulare) da chiamare. E la mamma dopo un po' arrivava.
Ora la mamma avvisa il capo, manda una mail al personale, incrocia le dita, trattiene il fiato e spesso scambia qualche ora di permesso con un rene.
E visto che di reni ne ho solo due, ho cercato La Baby Sitter.
Che è arrivata sorridente a casa nostra per saggiare la situazione e vagliare il terreno. L'ha annusato (ci siamo annusate, a dire la verità), ha scambiato qualche parola con te, papà assente - per un giorno presente, e se ne è andata con la promessa implicita che ora per me – mamma presente-che vorrebbe ogni tanto essere assente – cambierà tutto.
E per tutto, intendo: la possibilità di avere 1,5 ore alla settimana tutte mie. Da dedicare al running, allo shopping, al semplice e straordinario Nulla Da Fare (che è come la fata delle fiabe: mica esiste davvero).
La sola idea mi stordisce. Sarò mai capace di godere del Nulla Da fare?
E loro, le pupe, staranno bene? Si divertiranno di più che con mamma? Io saprò resistere – perché so che arriverà – all'attacco di gelosia?
Lei ci sa fare con i bimbi. Sa far parlare le marionette, sa suonare il piano (eh sì, anche su quella orribile pianola da due soldi che abbiamo noi riuscirà senz'altro a suonare la Nona di Beethoven) e racconta magiche storielle.
Non ce la faccio: sono già gelosa ORA.
Dentro di me però so che c'è un altro motivo per cui l'ho cercata. Mi dicono che una mamma serena è una mamma migliore. Mi scrivono che una mamma in contatto con il mondo è capace di dare di più. Mi hanno fatto venire il dubbio che per essere più Io devo essere meno Me.
E allora qualche sera (1 al mese, o giù di lì) potrò finalmente incontrare l'amica che non vedo da millenni. Conversare di lavoro-uomini-amenità senza fissare l'orologio e rischiare lo strabismo.

CaroIng: oggi piove ed è brutto brutto...


Sono sempre di più le persone che per lavoro si spostano da casa propria, fanno le valigie la domenica sera e le disfano, se va bene, il venerdì sera. Quando c'è qualcuno, solitamente la moglie, che si prende finalmente cura di quei tristi calzini appallottolati, di quelle solitarie camicie che portano impressi i segni di una settimana di meeting lavorativi e telefonate di fuoco. Sono sempre di più. Ma il mal comune con è mezzo gaudio. E' mal comune e basta. Stop. Finiamola con le scuse. Ci siamo costretti a vivere così, altrimenti non lo faremmo.
Non ci siamo sposati (leggi anche: scelti, accompagnati, promessi) per vivere separati. Non noi almeno che ci siamo riconosciuti sin da subito come coppia comica. Chi sarebbe stato Stanlio senza il suo Ollio? Non avrebbe fatto il comico, magari. Magari neanche l'attore.
E così sono io senza te. Le mie battute cadono nel vuoto. Anzi, non ho proprio il repertorio. Mi si bloccano le parole, le trattengo in gola, al posto delle tonsille che non ho più da tempo.
E così a forza di trattenere parole e parole, sento la gola gonfiarsi. Gli aggettivi si intrufolano, i verbi si accatastano e le lettere diventano gocce. Così, a bruciapelo, mi accorgo di piangere.
L'altro giorno mi hai chiamato a metà mattinata. Fino a quel momento avevo sentito una specie di brulicante spleen avvolgermi da testa a piedi. Un certo non so che di insofferenza e tristezza che non sapevo bene come decifrare.
Poi di colpo, al solo sentire la tua voce, ho capito tutto.
Ho bisogno di srotolare i calzini e di leggere i segni sulla tua camicia...

giovedì 9 ottobre 2014

CaroIng: tu di che file sei fatto?


Non sono metodica. Non lo sono mai stata e mai lo sarò. Faccio le cose come mi vengono in mente, tali e quali. Alcune mie amiche e colleghe hanno un file Excel - con tanto di celle colorate, campi con sommatoria e altri astrusi strumenti – in mente. E lo seguono per fare la spesa, organizzare la settimana e il percorso casa-ufficio. Il mio file è più una tavolozza di Power Point. O meglio, un foglio di quaderno strappato e compilato a mano libera nei momenti di rara libertà.
L'altra sera ho deciso che dovevo cuocere le lenticchie. A me piacciono, a Lety piacciono, a Cecy no. Due su tre: ergo, ho vinto. Per cui le metto in pentola a pressione con un po' d'acqua. Forse troppo poca... E vado dalla vicina. Perché sul mio Power Point mentale c'era scritto: salire dalla vicina con le pupe a fare due chiacchiere. Di lì a una mezz'ora è stato un vivace scambio di tragedie quotidiane, di ansie da mamma, di tumulti da femmina, di preoccupazioni da donna che lavora. Al mio ritorno in casa ho trovato la nebbia. Che non è strana per la provincia di Torino ma a inizio ottobre è un po' presto. Soprattutto se entra in casa.
Il fatto è che la nebbia era stata generata In casa. La pentola pressione sprigionava un odore terribile, quasi peggiore di quella volta che ho mandato in cenere le bietole (e già in casa pensavamo tutti di andare a dormire in albergo). Le lenticchie? Non ho ancora osato guardare ma temo che abbiano fatto grumo con il fondo della pentola a pressione (che ora è fuori sul balcone, accanto alla lettiera del gatto).
A nulla è servito spalancare le finestre, spruzzare il deodorante, rispalancare le finestre e rispruzzare il deodorante.
Ma questi sono stati i risvolti positivi.
  1. Ho imparato che la pentola a pressione non scoppia (almeno, non se il contenuto carbonizza). Ci saranno altre spiegazioni se scoppia, ma non questa.
  2. Alla fine io e le pupe ci siamo rintanate sul lettone a farci le coccole e a guardare Shrek.
  3. Cosa, questa, che riesco raramente a fare.
  4. Ho finalmente sentito bene alcuni passaggi epici di Shrek. Tipo quando Ciuchino si veglia dal sonno e dice delle cose che a un orecchio adulto sembrano decisamente porn-oriented.
  5. La pupa grande mi ha detto: “Sei la mamma più brava del mondo!”

E qui il Power Point ha iniziato a riempirsi di cuoricini leggeri leggeri che volavano da una pagina all'altra...

CaroIng: a volte, nel dopocena...

CaroIng,
Succede a volte che le cene siano più complicate del previsto. Ti ho già detto che ho bruciato la pentola a pressione? No? Sarà stata una svista :-)
Sta di fatto che ieri sera sono arrivata di volata alle 8, senza neanche accorgermene.
Il mio file Power Point mentale aveva previsto che avremmo giocato con lo scatolone fabbricone (sai quell'enorme scatola di cartone dove teniamo colla, skotch, forbici, cartoncini di vario colore e genere, già ritagliati e pastrucchiati, avanzi di stelle filanti e tutto il necessaire per stimolare la fantasia e far sbiellare totalmente me?) e così abbiamo fatto.
Il vinavyl si è spatarrato sulla scrivania (no, non strabuzzare gli occhi, già ti vedo) ma alla fine abbiamo creato un bel quadretto fatto di manine di cartone, colla, palloncini e paillettes.
Solo che alle 8 meno venti ha citofonato La Baby Sitter (ti ho già detto che dobbiamo riparare il citofono vero? E' proprio rotto. Poteva essere lei o Raul Bova e non mi sarei accorta della differenza) e tutto è andato a ramengo.
L'orologio ha preso il suo corso. Le lancette hanno iniziato a girare come delle pazze e io alle 8 e 15 non avevo niente in tavola.
.....
I tre quarti d'ora successivi non sono stati facili.
Ma io e le pupe ce l'abbiamo fatta.
Solo che dopo un po' la cecy era troppo silenziosa e mi sono preoccupata.
Cos'hai amore?
"Ho gli occhi pieni delle lacrime"
E perché?
"E' che mi manca papà" 

mercoledì 8 ottobre 2014

CaroIng


Una cosa che da sempre mi angoscia è la mancanza di memoria. Memoria a breve e lungo termine, memoria storica, memoria di fatti antichi e recenti. Mi domando: come avrà fatto Daria Bignardi a scrivere il suo Non vi lascerò orfani? Ci vuole memoria e tanta. Ok, si possono fare ricerche, si può risalire al cognome dell'avo tramite Internet. Si può chiedere ai nonni (se li hai ancora). Ma il succo del discorso è sempre lo stesso: ci vuole una memoria di ferro. E se non ce l'hai, che fai? Ti annoti tutto? Come nel diario personale lucchettato di quando eri piccina? “Mi ha guardato per almeno mezzo secondo, ci giurerei”. Non si può. Per scrivere la vita ci vuole una vita. E allora mi sforzo di ricordare, di parlare dei ricordi, di segnarmi – almeno – le cose salienti.
Da quando le pupe sono nate tengo una sorta di “calendario delle date importanti”. Quando è nato il primo dentino, quando se ne è andato il ciuccio e a che età l'ha seguito il pannolino. E poi ho un altro libricino dove annoto le frasi che mi fanno tanto ridere, quelle per le quali mi sbellico ancora ora. Ad ex, la lety: “Mamma, facciamo le uova alla Coop?” Voleva dire alla coque.
A te CaroIng cerco di dire le cose importanti ogni giorno. Quelle che sono veramente importanti e anche quelle che mi fanno affondare nello sconforto nonostante importanti non siano. Ho il Master in questo...
Ma tante cose non te le dico. A parole non si può. Al cellulare, guidando, la mattina tanto meno.
Come faccio a spiegarti la faccia che ha la pupa piccola quando mi chiede quanto torna papà? Non posso. Così come non posso dirti che anche il marito della Maestra R è in trasferta fissa a mille chilometri di distanza e lei aveva gli occhioni lucidi quando ce l'ha detto l'altro giorno, all'uscita della scuola.
Sono dettagli, sfumature, precisazioni che si perdono lungo il filo del telefono, lungo i kilobyte delle mail.
E così ho deciso che li scriverò qui. Perché tu, CaroIng, nel leggere questi miei micro racconti ti senta un po' più a casa. E un po' più vicino a noi.