Sono sempre di più le persone che per
lavoro si spostano da casa propria, fanno le valigie la domenica sera
e le disfano, se va bene, il venerdì sera. Quando c'è qualcuno,
solitamente la moglie, che si prende finalmente cura di quei tristi
calzini appallottolati, di quelle solitarie camicie che portano
impressi i segni di una settimana di meeting lavorativi e telefonate
di fuoco. Sono sempre di più. Ma il mal comune con è mezzo gaudio.
E' mal comune e basta. Stop. Finiamola con le scuse. Ci siamo
costretti a vivere così, altrimenti non lo faremmo.
Non ci siamo sposati (leggi anche:
scelti, accompagnati, promessi) per vivere separati. Non noi almeno
che ci siamo riconosciuti sin da subito come coppia comica. Chi
sarebbe stato Stanlio senza il suo Ollio? Non avrebbe fatto il
comico, magari. Magari neanche l'attore.
E così sono io senza te. Le mie
battute cadono nel vuoto. Anzi, non ho proprio il repertorio. Mi si
bloccano le parole, le trattengo in gola, al posto delle tonsille che
non ho più da tempo.
E così a forza di trattenere parole e
parole, sento la gola gonfiarsi. Gli aggettivi si intrufolano, i
verbi si accatastano e le lettere diventano gocce. Così, a
bruciapelo, mi accorgo di piangere.
L'altro giorno mi hai chiamato a metà
mattinata. Fino a quel momento avevo sentito una specie di brulicante
spleen avvolgermi da testa a piedi. Un certo non so che di
insofferenza e tristezza che non sapevo bene come decifrare.
Poi di colpo, al solo sentire la tua
voce, ho capito tutto.
Ho bisogno di srotolare i calzini e di
leggere i segni sulla tua camicia...
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