Sera inoltrata, prima del pigiama.
In bagno con le pupe. Tanti sbadigli, qualche capriccio, coccole.
E' sempre un momento misto di tenerezza e stanchezza, mio come delle pupe.
Vorrei la bacchetta magica e trovarmi immediatamente a letto con loro, addormentandomi-ci mentre leggo la Favola più bella del mondo.
In un letto king size come ci sono solo negli Stati Uniti, dove si dorme comodamente in tre, senza svegliarsi tutte sudate o per un calcio di troppo (nei reni, sempre).
Ci togliamo di dosso la giornata.
Pronte a indossare il pigiama.
Ma la pupa grande, prima, vuole i grattini.
Sulla schiena, proprio sulle scapole. Grat grat e carezzine.
E poi mi dice.
“Mamma, ma non è che mi prude tanto perché mi devono spuntare le ali d'angelo?”
Mi sono immersa tra i suoi capelli dal sapor di nanna, con una lacrima di troppo, non dovuta al sonno.
E' così, i tuffi al cuore sono sempre a tradimento...
giovedì 4 dicembre 2014
lunedì 1 dicembre 2014
CaroIng: memorie passate, ricordi presenti
I ricordi non sono miei, sono ormai
roba loro. Delle pupe, dico.
Ci tengo a questa cosa, da sempre. Da
quando mi sono resa conto di aver avuto un nonno in un campo di
sterminio. Ne è uscito un po' precipitosamente, come si usava
allora. Senza chiedere permesso, senza dare troppo nell'occhio.
E poi ha viaggiato per giorni e giorni
(come non lo so, questa parte non mi è stata tramandata) per tornare
in Italia da quella lontana Germania che non faceva proprio per lui.
Aveva una moglie e due figli biondissimi
ad aspettarlo e ci ha messo tutta l'anima per rimanere intero. E
vivo.
Incredibilmente ci è riuscito, ha varcato la frontiera ed è arrivato dopo diversi mesi in quel di
Lanzo.
La moglie quasi non ci credeva, pensava
di avere davanti un fantasma.
Il bimbo piccolo, quello più biondo,
non ha esitato e gli ha subito buttato le braccia al collo.
Solo che la sua pelle scottava, i tipi
come lui non andavano a genio ai perlustratori.
Farsi trovare in quella casa invece che
trasformato in sapone non pareva educato. Decisamente non da
galantuomo.
E così ha vissuto svariati giorni in
una buca scavata nella terra, in giardino, tra radici di patate e
fusti di carota.
Un giorno ne è venuto fuori ed è
stato quando tutti sono usciti all'aperto, cantando e ballando,
finalmente liberi di respirare.
L'altro mio nonno, quello che ho
conosciuto e con cui ho vissuto per la maggior parte della mia vita
di bambina e adolescente, era di stampo diverso e, allo stesso
tempo, uguale.
Si vantava con me di essere stato in
prigione per “disturbo della quiete pubblica”.
Non capivo bene il significato di
quelle parole ma lui ne andava fiero e sarà per questo che ancora
oggi io fatico a sopportare le imposizioni, l'eccessiva quiete, il
silenzio imposto (quello che mi ricavo io mi va benissimo, la
solitudine è un'ottima compagna).
Anche nonno A. stava in giardino la
maggior parte del tempo. Non conviveva con le patate ma le coltivava.
E gli venivano benissimo, come il resto delle verdure.
Litigavamo spesso, lui portava gli
stivali infangati in casa e io da brava donnina in fieri mi
incazzavo perché sporcava i pavimenti appena puliti (ho iniziato
presto, a 13 anni mettevo a tavola tutta la famiglia, i pavimenti
erano solo un apostrofo rosa tra le parole Cr'esci).
Passo queste memorie goccia a goccia
alle pupe. Perché sappiano, ricordino, capiscano che razza di DNA
hanno nelle vene.
E per la proprietà transitiva che è
insita in ogni bambino questi ricordi stanno diventando anche loro.
Così la pupa piccola l'altro giorno ti
ha detto CaroIng:
“Lo sai che ho un nonno che va in
giardino e poi sporca la casa con gli stivali?”
Tu hai fatto tanto d'occhi ma ora sai.
Nonno A. è pure suo nonno.
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