lunedì 1 dicembre 2014

CaroIng: memorie passate, ricordi presenti


I ricordi non sono miei, sono ormai roba loro. Delle pupe, dico. 
Ci tengo a questa cosa, da sempre. Da quando mi sono resa conto di aver avuto un nonno in un campo di sterminio. Ne è uscito un po' precipitosamente, come si usava allora. Senza chiedere permesso, senza dare troppo nell'occhio.
E poi ha viaggiato per giorni e giorni (come non lo so, questa parte non mi è stata tramandata) per tornare in Italia da quella lontana Germania che non faceva proprio per lui.
Aveva una moglie e due figli biondissimi ad aspettarlo e ci ha messo tutta l'anima per rimanere intero. E vivo.
Incredibilmente ci è riuscito, ha varcato la frontiera ed è arrivato dopo diversi mesi in quel di Lanzo.
La moglie quasi non ci credeva, pensava di avere davanti un fantasma. 
Il bimbo piccolo, quello più biondo, non ha esitato e gli ha subito buttato le braccia al collo.
Solo che la sua pelle scottava, i tipi come lui non andavano a genio ai perlustratori.
Farsi trovare in quella casa invece che trasformato in sapone non pareva educato. Decisamente non da galantuomo.
E così ha vissuto svariati giorni in una buca scavata nella terra, in giardino, tra radici di patate e fusti di carota.
Un giorno ne è venuto fuori ed è stato quando tutti sono usciti all'aperto, cantando e ballando, finalmente liberi di respirare.

L'altro mio nonno, quello che ho conosciuto e con cui ho vissuto per la maggior parte della mia vita di bambina e adolescente, era di stampo diverso e, allo stesso tempo, uguale.
Si vantava con me di essere stato in prigione per “disturbo della quiete pubblica”.
Non capivo bene il significato di quelle parole ma lui ne andava fiero e sarà per questo che ancora oggi io fatico a sopportare le imposizioni, l'eccessiva quiete, il silenzio imposto (quello che mi ricavo io mi va benissimo, la solitudine è un'ottima compagna).
Anche nonno A. stava in giardino la maggior parte del tempo. Non conviveva con le patate ma le coltivava. E gli venivano benissimo, come il resto delle verdure.
Litigavamo spesso, lui portava gli stivali infangati in casa e io da brava donnina in fieri mi incazzavo perché sporcava i pavimenti appena puliti (ho iniziato presto, a 13 anni mettevo a tavola tutta la famiglia, i pavimenti erano solo un apostrofo rosa tra le parole Cr'esci).


Passo queste memorie goccia a goccia alle pupe. Perché sappiano, ricordino, capiscano che razza di DNA hanno nelle vene.
E per la proprietà transitiva che è insita in ogni bambino questi ricordi stanno diventando anche loro.
Così la pupa piccola l'altro giorno ti ha detto CaroIng:
“Lo sai che ho un nonno che va in giardino e poi sporca la casa con gli stivali?”

Tu hai fatto tanto d'occhi ma ora sai. Nonno A. è pure suo nonno.

Nessun commento:

Posta un commento