giovedì 30 ottobre 2014

CaroIng: tutti abbiamo una Sindrome

La prima bronchite della stagione - mia per fortuna e non delle pupe - ha portato con sè dei risvolti positivi, inaspettati e sorprendenti.

1. Sono qui a scrivere e sono le 6.00 di mattina. Ho lo sguardo allucinato e la faccia a strisce da guanciale ma sono qui. E non ne posso fare a meno. Il principale coautore di questi risvegli è sicuramente il cortisone (ma perché la gente prende cocaina quando sul mercato c'è il cortisone?) ma una complice indispensabile è anche l'ora, che non è più quella di prima e mi dice che è tardi anche se è presto.
E poi vedere il sole che sorge è sempre una bellissima esperienza.
E poi mi mancava questo blog (gulp!).

2. Ne approfitto e cerco di smettere di fumare.

3. Sono riuscita a fare il cambio di stagione del mio e del tuo armadio CaroIng. Cosa manca nel tuo lo vedrai quando tornerai. Cosa manca nel mio te lo dico subito.
- Sono riuscita a dire addio a una serie di camicette in cui non sarei mai potuta rientrare e me ne sono finalmente fatta una ragione. Dopo due parti e due allattamenti rimettere quelle risicate terze sarebbe stato impossibile. Via, andale, fuori.
- Le suddette poi erano proprio al di là dei miei gusti attuali. C'era del rosa e dell'azzurro, ti dico solo questo. Ma sul serio le mettevo? Ma tu c'eri? E io c'ero (con la testa dico)?

3. Ho infastidito con il mio tossire i presenti a ben due riunioni scolatische. La prima della pupa piccola - dove tutto sommato non ho nulla da segnalare se non il fatto che la cecy è stata l'unica bambina ad entrare in classe, sedersi sulle ginocchia della maestra e far finta di avere tutti i diritti di trovarsi lì (no che non li aveva, ma non sono riuscita a convincerla a star fuori dall'aula) - la seconda della pupa grande.
E lì, CaroIng, ho veramente dato il meglio di me.

Ho la Sindrome da Prima della Classe conclamata.
- Sono arrivata in ritardo e ho salutato tutti con "Sono affranta". Sono affranta? Ho sentito delle risatine (forse solo nella mia testa). Ogni tanto mi sento la reincarnazione di Guido Gozzano.
- Quando le Maestre hanno chiesto "ci sono domande?" la mia manina è balzata come una molla.
Non ce la faccio, è più forte di me. Se ho una domanda, ne faccio due. Se ho un dubbio, ne tiro fuori almeno un paio.
Stare zitta non mi si addice. Non voglio tornare a casa e pentirmi di non aver chiesto questo o quello. Quella parte dell'adolescenza l'ho superata. Quella.
Ma può anche essere uno dei sintomi della Sindrome.
- Ho preso appunti dall'inizio alla fine. Diligentemente, con penna e agendina alla mano (che poi tra un mese non saprò più dove l'avrò messa è un altro affare...) mica solo su iPhone.
- Ho fatto sorrisini compiaciuti alla nuova rappresentante di classe. Io? No, io no grazie. Mi sono fissata la punta delle scarpe, ho distolto lo sguardo e ho usato tutto il mio linguaggio corporeo per allontanare da me tale sciagura.
- Però ho dato già qualche consiglio extra alla neo-rappresentante. Tipo: "Perché non creare un bel gruppo di what's up dellle mamme di seconda?"
Mi sono odiata.
- Ho tentato di (ri)allacciare legami extra scolastici. Non ci sono riuscita molto. Ma non mi sento in questo caso di dare colpa alla Sindrome.

Perché lo faccio?
Crocetta CaroIng la risposta per te più convincente.
  • Perché ho degli arretrati di un certo peso che ancora oggi mi fanno Sentire inguaribilmente affetta da Sindrome da Ultima della Classe.
  • Perché vorrei evitare alla lety sorprese inaspetatte dovute al fatto che la mamma "ogni tanto si dimentica le cose...".
  • Perché mi porto dentro un bel po' di insoddisfazione per tutte le volte che non ho parlato, non ho detto, non ho manifestato.
Che poi sono proprio quelle parole lì che si bloccano in gola e ti fanno venire la bronchite e poi prendi il cortisone e poi non dormi la notte e poi...

 

mercoledì 22 ottobre 2014

CaroIng: Blowin'in the wind


Mi piace il vento. Mi innervosisce terribilmente ma mi piace.
Un amore-odio di antiche radici. La storia familiare dice che già in culla rompevo le balle quando c'era il vento ma poi mangiavo.

Adesso che sono adulta ho razionalizzato.
Il vento mi piace un sacco perché:
  • Libera del superfluo: come quando soffi sul piumino di cipria per togliere l'eccesso. Ne hai messa troppa, sai che se la stendessi sul viso sembreresti Joker, tu ci soffi e a quel punto hai la quantità giusta.
  • Pulisce: al primo acchito sembra che il vento sporchi. Riempie le strade di cartacce, l'androne di casa di foglie e polvere, se non chiudi gli occhi alla folata giusta 9 su 10 ti viene la congiuntivite. A ben guardare però, pulisce. Perché vuol dire che quelle cartacce c'erano già prima no? Che quelle foglie erano destinate a cadere e a volarti in faccia comunque. Che nessuno aveva eliminato la polvere, magari era stata ben nascosta sotto al tappeto, ma eliminata no.
    Ecco, si può dire che il vento sia come un evidenziatore che sottolinea là dove c'è bisogno di intervenire. Come una vicina di casa pettegola e molesta è lì a farti capire che bisognerebbe usare la ramazza per le parti comuni.
    Lo vede quell'angolo pieno di cicche? E' perché qualcuno le ha buttate, cara. Le cicche non nascono da sole.
    E le cartacce nel giardino? Che non mi si dica che i bambini non mangiano in cortile perché mi sembra evidente che non è così...
  • Restituisce il blu al cielo. E tutti i colori vanno al loro posto.
    Ma l'hai visto oggi il cielo CaroIng? Anche a Modena è così? Sembra proprio in HD, in BluRay, in Cinemascope. Non il solito Slow Motion delle ultime giornate. Wow. 
    Val bene sopportare un po' di vento per avere un cielo così.
Anche noi dovremmo fare un po' come il vento ogni tanto. Pulire, sgomberare, eliminare il superfluo. Si sa, leggeri si viaggia meglio. Un bagaglio pesante non ti porta lontano. E, soprattutto, a forza di vagolare nelle nebbie non alzi più lo sguardo.

martedì 21 ottobre 2014

CaroIng: il tempo vola. Come le foglie...


La festa di Halloween mi piace tanto. Da piccola non sapevo neanche cosa fosse ma erano gli anni Settanta e non conta, il consumismo non era che ai suoi inizi.
Sin dalle elementari sentivo però l'esigenza di una festa “intermedia”, a metà strada tra la fine della scuola e il Natale.
Qualcosa che mi aiutasse a capire perché le foglie cadono, perché sui prati si stende la bruma e dove nasce la malinconia.
Ora lo so.
Le foglie cadono perché anche gli alberi si travestono.
E non potendo mettersi niente addosso, si tolgono quel che hanno.
E so anche benissimo da dove nasce la malinconia. Per me ha origine nel cambiamento e nella sua ineluttabilità.
Non puoi trattenere il fiato fino a diventare blu, non serve.
Mettere le sbarre alle finestre e i lucchetti al cuore neanche.
Il tempo passa, le persone se ne vanno, alcune si allontanano per sempre e quelle dannate rughe sono sempre di più.

Davanti a casa nostra dimora una lunga fila di tigli. Saranno una decina, tutti ordinati e impettiti.
Per me sono loro a scandire il passare delle stagioni. Ora, ad esempio, sono una vera rottura perché, appunto, si travestono a modo loro, facendo cadere foglie su foglie, instancabilmente. E prima di entrare devi attraversare un tappeto giallo e maron.
Si vede che vogliono farsi trovare pronti per Ognissanti.
A primavera so che la signora antipatica del palazzo rosa romperà qualche ramo qua e là per poter passare meglio, senza dover piegare la testa, non sia mai.
In inverno so che diventeranno pericolosi, che prima di passare sotto ai tigli sarà bene scrollarli un po' per non farsi un'improvvisa doccia di neve.
In estate so che le foglie saranno ricoperte di puzzolentissimi insetti dagli escrementi appiccicosi e che insieme alle bimbe potremo scoppiare le palline che vengon giù dai rami.

Ho il mio Tigliorologio insomma.

Da una decina di anni a questa parte festeggiamo Halloween con il nostro gruppetto di amici. Prima, tra di noi, con fiumi di vino e pietanze dall'aspetto disgustoso. Ora, con i nostri bimbi, con fiumi di latte, coca cola e quintali di dolcetti caria-denti.
Sai qual è stato l'anno più bello per me?
Quello in cui ci siamo travestiti da Gomez e Morticia Addams. Secondo me, spaccavamo.
A te dona il doppiopetto e a me l'aspetto da vampira e gli occhi bistrati di nero.

Ho chiesto alle pupe da cosa vorrebbero travestirsi per Halloween.
La lety propende per la strega, un classico intramontabile (di cui peraltro ho già tutto l'occorrente).
La cecy invece non ha voluto sentire ragioni.
Io per Aulin (leggi: Halloween) voglio essele una fatina, anzi, no una plicipessa.
Silenzio in macchina. Io e lety non sappiamo come dirglielo.
Ehm, tesoro, ad Halloween ci si veste di solito da mostri, streghe, vampiri...
Mostrri? Che mostrri? Come quelli che sogno e che mi spaventano che poi vengo da te e piango?
Hai ragione pupa. Vestiti da fatina.

La cecy non deve esorcizzare un bel tubo. Non ad Aulin almeno.

venerdì 17 ottobre 2014

CaroIng: dove vanno a finire le nonne?


Da una manciata di giorni a questa parte, tutte le volte che accompagno la pupa piccola alla materna si avvicina titubante un bimbo. Avrà un anno più della pupa piccola. Ha una crosticina sul naso, di quelle che passano in fretta se tutte le volte non le gratti con il dito. Ma a quattro anni non si può resistere...
Ha lo sguardo più triste del mondo. Non piange ma è serio serio. E mi chiede.
“Dov'è mia nonna? Tu lo sai dov'è la mia nonna?” Oh, tesoro, non lo so ma vedrai che tornerà presto presto.
Lui non si convince affatto. Sa che sto mentendo. Che non ho la minima idea di chi sia sua nonna e di quando tornerà. Ma tutte le mattine ci prova lo stesso. E io mi chiedo: perché mi chiede della nonna e non della mamma? La nonna gli avrà detto che è solo andata a prendere il pane un attimo (noi mamme le diciamo queste cose sciocche al momento dell'inserimento non pensando affatto che il bimbo sa benissimo che a comprare il pane non ci si mette una mattina intera)?
Mi si strugge il cuore.
Sarà per l'accoppiata occhi + crosticina (dove sarai caduto? Dalla bici, dal monopattino, dalle scale?) ma mi trattengo a stento dall'abbracciarlo, dal fermarmi in classe tutta la mattina e disegnare farfalle, fiori e giardini incantati (dove le nonne siedono sulle panchine e distribuiscono baci e caramelle).

giovedì 16 ottobre 2014

CaroIng: azioni, reazioni e chimica degli eventi


Ad ogni azione corrisponde una reazione. E i bambini lo sanno bene. Sono capaci di sfruttare le potenzialità insite nei loro occhioni sin dalla più tenera età.
Ieri ascoltavo alla radio la “notizia” che il bimbo non impara a dire mamma per affetto. Perché ha scoperto che quella con le tette di fuori, o il biberon, è la mamma.
Ma semplicemente perché gli è comodo, funzionale e innato pronunciare dapprima le vocali aperte e le consonanti m ed n.
Caso strano, tutte le lingue – lo dico a spanna – del mondo intero si sono unite e congiunte hanno decretato che quei suoni vogliono dire mamma.
In realtà sono i bimbi di tutto il mondo che hanno deciso. E noi lì a credere che siamo stati noi, i vocabolari, gli studiosi di lingue e idiomi.
Nu, nu.

Ad ogni azione corrisponde una reazione, dicevo.
Il fatto sta tutto nel calibrare l'azione per ottenere la reazione voluta.
A volte ci si sbaglia, si mira male, la freccia parte e per errore non va a colpire nel segno, ma il muro accanto.

Capita anche ai bambini.
Stamattina all'entrata della scuola elementare della pupa grande c'era un bimbo molto serio, direi proprio con il muso. Aveva le braccia conserte e lo sguardo puntato per terra. Non ne voleva sapere di entrare. I fatti erano chiari: l'italiano preferisce impararlo giocando, la matematica è un'opinione, l'inglese serve solo se abiti a Londra. E a scuola non ci si diverte per niente. Stop.
A nulla servivano le parole incoraggianti del papà. I piedi rimanevano lì piantati nell'asfalto. Non aveva ombra, dritto come un fuso.

La bimba che già da qualche minuto si stava facendo accarezzare i capelli dalla bidella – una di quelle con lo sguardo già molto furbo e gli occhiali già molo trendy – gli ha chiarito il concetto.
“Così non serve a nulla. Devi piangere”.

Silenzio degli astanti. Qualche sorriso. La lety per fortuna non ha sentito (che sennò era un attimo).
Azione debole=reazione insufficiente e a scuola ci vai lo stesso.

Mi domando: quindi ho sbagliato anche io? Ti ho fatto credere di essere forte che sì magari avrei avuto bisogno di qualche pat pat sulla spalla in più ma che poi, dai, sarebbe andato tutto bene?
Azione insufficiente. Reazione tipicamente maschile=ok, allora vado, ci vediamo venerdì.

Ok, ricalibro il tiro. Tiro un po' più su l'arco e un po' più giù le braccia. Chiudo un occhio e poi miro.
E questa volta vedrai di me tutto ciò che non ti ho detto, tutta la forza che mi manca, tutta la fermezza d'animo che non ho.

Domanda: quando l'azione è uguale alla reazione il risultato è zero? Tutto si annulla e il gioco ricomincia da capo? Si passa dal via a ritirare la carta Ritenta sarai più fortunato (e sincero)?


mercoledì 15 ottobre 2014

CaroIng: La Plupla



La pupa piccola è nata femmina. Ma porta con sé i tratti distintivi del maschio dominante. 
Non mi sono preoccupata per l'inserimento alla Scuola dei Grandi (leggi: la materna). 
Conosceva già la scuola, la classe e le maestre. 
Certo, il fatto di aver accompagnato per tre anni nello stesso posto la pupa grande può aver giocato un certo peso... Non mi sarei comunque preoccupata eccessivamente. Cecy sfida di petto il mondo. 
Di petto e di piede. Ha soli tre anni e mezzo porta il 28. Con le paperine osa il 29. 
Un calciatore quindi. Ma con le paperine.
Domina già la situazione. Ha la faccia birbante e l'aria spavalda. Ogni mattina mi fermo cinque minuti in classe con lei per disegnare e così accompagnarla nell'inizio della sua giornata. Disegnare mi piace, non sono brava ma mi applico.
Le mie farfalle hanno ali troppo lunghe e forme inesistenti. Le coccinelle sorridono, così come i fiori e le tartarughe. Più in là non mi spingo. Una principessa alle 8 e mezza del mattino è troppo per me. Vorrei lasciarle ogni disegno perché le tenga compagnia. Cecy potrebbe colorarlo, pasticciarlo e così passare serena quei minuti che anticipano l'inizio vero e proprio della giornata. Quel limbo in cui le maestre sono troppo prese dalle mamme per fare le maestre.
Ma cecy non vuole. Mi restituisce ogni giorno il foglio disegnato così che a oggi in macchina ho già una discreta quantità di capolavori.
Chiederle il motivo sarebbe un passo falso. Lei sa che io so che lei sa.
È un regalo no? E a caval donato non si guarda mai in bocca...

Qui in basso, uno scorcio delle mie capacità artistiche. La Plupla (Multipla)

martedì 14 ottobre 2014

CaroIng: baci rubati


Ore 18.00: secondo appuntamento con La Palestra.
Ovvero: i sogni prima o poi si avverano basta aspettare (ma tanto...).
Ore 18.10: secondo appuntamento con L'Istruttore.
L'Istruttore è quel ragazzo belloccio e dotato di muscoli sprovvisti ai più che con un mefistofelico sogghigno venerdì si è avvicinato e così, a bruciapelo, senza un minimo di preavviso e di buona creanza, mi ha chiesto: quanto pesi?
Ma dico?
Come se non bastasse ha reiterato la domanda “Che obiettivi hai? Perdere un po' di peso?”
Sul serio, volevo sprofondare nell'asciugamano tergisudore, nasconderci la faccia dentro e non riapparire mai più.

Credo però che la domanda peggiore sia stata “Fisicamente tutto ok? Problemi alle ginocchia?”
E così la mente è partita e ho pensato alle possibili risposte a questa domanda se a farmela fosse stato un medico.

Sì, dottore, tutto ok. Cioè, le ginocchia sono a posto. E' il cuore semmai a darmi qualche problema...
Il cuore? Mi faccia auscultare, prego.
Tum... fii... tum
In effetti c'è un suono strano, come un buco, un soffio insomma. Ha avuto qualche problema di cuore recentemente?
Che dire, doc? E' una vita che mi scavo dentro, che provo a capirmi, a sondarmi. E scava che ti scava, sarà venuto fuori qualche buco...
Proviamo a soffiare aria, vediamo se riusciamo a capirne di più...
Per carità, doc, non tocchi nulla. Lì dentro la situazione è precaria. Basta un nonnulla per mandarlo in tilt. Un frase inappropriata e ho le palpitazioni, un sorriso inaspettato e mi sento in Paradiso. Non possiamo aggiustarlo in altro modo?
Eh, ci servirebbe un cerotto potente, di quelli grandi e che non si staccano mai, nemmeno se piove. Guardi, con gli adolescenti ho lo stesso problema ma con loro è facile, basta aspettare. La maturità riempie i buchi del cuore.
Quindi qualcosa in me è andato storto e ora ho il cuore come uno scolapasta, un attrezzo per il purè, uno spremiaglio per la bagnacaoda... Doc, come posso fare?
C'è solo un rimedio apparentemente...
Strati e strati di abbracci. E poi tamponi, tamponi forte. A ogni lacrima, ci metta una garza, un sorriso, un bacio. A forza di incastrare, il buco diventerà più piccolo e forse un giorno non lo sentirà più.
Ho solo una raccomandazione importante. Anzi, la più importante.
Quale doc? Sono tutta orecchi...
Non se li aspetti gli abbracci, li dia. Per i baci, preferisca quelli rubati, sono sempre i migliori. E per i sorrisi vada dritta dritta dalle sue bimbe: sono le pusher migliori...



CaroIng: sussurri e risate

La notte è fatta per dormire.
Apparentemente. A detta dei più. Cosi sembrerebbe.
A casa nostra è fatta per fare ginnastica, per spostarsi da letto a letto, per bere acqua, urlare nel sonno, ridere (esperienza agghiacciante per chi sente...), per testare la soglia della resistenza genitoriale.
A onor del vero queste notti spossanti stanno diminunedo e aiuta il fatto di prepararsi con calma, mettersi il pigiamino con un po' di coccole, sbaciucchiarsi assai.
Non aiuta affatto che mamma crolli per prima sul divano, che si metta a russare in mezzo alla sigla di Family Club.
Se è la lety a svegliarti alle 10.45 qualcosa è andarto storto.
Tra i risvolti positivi di questo imprevisto c'è però che la cecy è già cotta e basta una carezza per farla addormentare del tutto nel suo lettino.
E io e te, lety, siamo lì che la spiamo per vedere se davvero si è addormentata.
Se non chiama "mamma" è fatta.
Se non si alza è andata.

E tu, lety, puoi venire nel lettone con me.
Per quei preziosi dieci minuti di chiacchiere da donne.
Di borbottii, sussurri, risatine.
Di segreti segretissimi e piccole confessioni.
Come quella che ti ho fatto ieri sera.
"Sai tesoro bello che ti voglio così bene che per te farei di tutto... anche... anche buttarmi nel fuoco".
  ...
"Anche io mamma. Io per te mi butterei nella panna montata"
 

lunedì 13 ottobre 2014

CaroIng: habemus La Baby Sitter


Tra pochi giorni farà il suo ingresso a casa nostra La Baby Sitter. Quando ero piccola io nessuno aveva La Baby Sitter. Qualche mamma si faceva aiutare dalle amiche all'uscita dalla scuola. Qualcuno, persino, prendeva ripetizioni. Ma nessuno aveva La Baby Sitter. 
Le mamme stavano per lo più a casa, preparavano la merenda e la cena. Forse non avevano ben presenti le indiscusse virtù degli insegnamenti socio pedagogici legati allo sport, all'inglese corretto imparato da bambini, ai corsi teatrali di libera espressione corporea (e bla bla bla) ma c'erano. E a volte c'erano anche i papà. Con i loro modi e le loro possibilità, ma c'erano.
Se per esempio se da piccola ti veniva l'otite e la febbre alta a scuola, le maestre avevano un numero (di casa e non di cellulare) da chiamare. E la mamma dopo un po' arrivava.
Ora la mamma avvisa il capo, manda una mail al personale, incrocia le dita, trattiene il fiato e spesso scambia qualche ora di permesso con un rene.
E visto che di reni ne ho solo due, ho cercato La Baby Sitter.
Che è arrivata sorridente a casa nostra per saggiare la situazione e vagliare il terreno. L'ha annusato (ci siamo annusate, a dire la verità), ha scambiato qualche parola con te, papà assente - per un giorno presente, e se ne è andata con la promessa implicita che ora per me – mamma presente-che vorrebbe ogni tanto essere assente – cambierà tutto.
E per tutto, intendo: la possibilità di avere 1,5 ore alla settimana tutte mie. Da dedicare al running, allo shopping, al semplice e straordinario Nulla Da Fare (che è come la fata delle fiabe: mica esiste davvero).
La sola idea mi stordisce. Sarò mai capace di godere del Nulla Da fare?
E loro, le pupe, staranno bene? Si divertiranno di più che con mamma? Io saprò resistere – perché so che arriverà – all'attacco di gelosia?
Lei ci sa fare con i bimbi. Sa far parlare le marionette, sa suonare il piano (eh sì, anche su quella orribile pianola da due soldi che abbiamo noi riuscirà senz'altro a suonare la Nona di Beethoven) e racconta magiche storielle.
Non ce la faccio: sono già gelosa ORA.
Dentro di me però so che c'è un altro motivo per cui l'ho cercata. Mi dicono che una mamma serena è una mamma migliore. Mi scrivono che una mamma in contatto con il mondo è capace di dare di più. Mi hanno fatto venire il dubbio che per essere più Io devo essere meno Me.
E allora qualche sera (1 al mese, o giù di lì) potrò finalmente incontrare l'amica che non vedo da millenni. Conversare di lavoro-uomini-amenità senza fissare l'orologio e rischiare lo strabismo.

CaroIng: oggi piove ed è brutto brutto...


Sono sempre di più le persone che per lavoro si spostano da casa propria, fanno le valigie la domenica sera e le disfano, se va bene, il venerdì sera. Quando c'è qualcuno, solitamente la moglie, che si prende finalmente cura di quei tristi calzini appallottolati, di quelle solitarie camicie che portano impressi i segni di una settimana di meeting lavorativi e telefonate di fuoco. Sono sempre di più. Ma il mal comune con è mezzo gaudio. E' mal comune e basta. Stop. Finiamola con le scuse. Ci siamo costretti a vivere così, altrimenti non lo faremmo.
Non ci siamo sposati (leggi anche: scelti, accompagnati, promessi) per vivere separati. Non noi almeno che ci siamo riconosciuti sin da subito come coppia comica. Chi sarebbe stato Stanlio senza il suo Ollio? Non avrebbe fatto il comico, magari. Magari neanche l'attore.
E così sono io senza te. Le mie battute cadono nel vuoto. Anzi, non ho proprio il repertorio. Mi si bloccano le parole, le trattengo in gola, al posto delle tonsille che non ho più da tempo.
E così a forza di trattenere parole e parole, sento la gola gonfiarsi. Gli aggettivi si intrufolano, i verbi si accatastano e le lettere diventano gocce. Così, a bruciapelo, mi accorgo di piangere.
L'altro giorno mi hai chiamato a metà mattinata. Fino a quel momento avevo sentito una specie di brulicante spleen avvolgermi da testa a piedi. Un certo non so che di insofferenza e tristezza che non sapevo bene come decifrare.
Poi di colpo, al solo sentire la tua voce, ho capito tutto.
Ho bisogno di srotolare i calzini e di leggere i segni sulla tua camicia...

giovedì 9 ottobre 2014

CaroIng: tu di che file sei fatto?


Non sono metodica. Non lo sono mai stata e mai lo sarò. Faccio le cose come mi vengono in mente, tali e quali. Alcune mie amiche e colleghe hanno un file Excel - con tanto di celle colorate, campi con sommatoria e altri astrusi strumenti – in mente. E lo seguono per fare la spesa, organizzare la settimana e il percorso casa-ufficio. Il mio file è più una tavolozza di Power Point. O meglio, un foglio di quaderno strappato e compilato a mano libera nei momenti di rara libertà.
L'altra sera ho deciso che dovevo cuocere le lenticchie. A me piacciono, a Lety piacciono, a Cecy no. Due su tre: ergo, ho vinto. Per cui le metto in pentola a pressione con un po' d'acqua. Forse troppo poca... E vado dalla vicina. Perché sul mio Power Point mentale c'era scritto: salire dalla vicina con le pupe a fare due chiacchiere. Di lì a una mezz'ora è stato un vivace scambio di tragedie quotidiane, di ansie da mamma, di tumulti da femmina, di preoccupazioni da donna che lavora. Al mio ritorno in casa ho trovato la nebbia. Che non è strana per la provincia di Torino ma a inizio ottobre è un po' presto. Soprattutto se entra in casa.
Il fatto è che la nebbia era stata generata In casa. La pentola pressione sprigionava un odore terribile, quasi peggiore di quella volta che ho mandato in cenere le bietole (e già in casa pensavamo tutti di andare a dormire in albergo). Le lenticchie? Non ho ancora osato guardare ma temo che abbiano fatto grumo con il fondo della pentola a pressione (che ora è fuori sul balcone, accanto alla lettiera del gatto).
A nulla è servito spalancare le finestre, spruzzare il deodorante, rispalancare le finestre e rispruzzare il deodorante.
Ma questi sono stati i risvolti positivi.
  1. Ho imparato che la pentola a pressione non scoppia (almeno, non se il contenuto carbonizza). Ci saranno altre spiegazioni se scoppia, ma non questa.
  2. Alla fine io e le pupe ci siamo rintanate sul lettone a farci le coccole e a guardare Shrek.
  3. Cosa, questa, che riesco raramente a fare.
  4. Ho finalmente sentito bene alcuni passaggi epici di Shrek. Tipo quando Ciuchino si veglia dal sonno e dice delle cose che a un orecchio adulto sembrano decisamente porn-oriented.
  5. La pupa grande mi ha detto: “Sei la mamma più brava del mondo!”

E qui il Power Point ha iniziato a riempirsi di cuoricini leggeri leggeri che volavano da una pagina all'altra...

CaroIng: a volte, nel dopocena...

CaroIng,
Succede a volte che le cene siano più complicate del previsto. Ti ho già detto che ho bruciato la pentola a pressione? No? Sarà stata una svista :-)
Sta di fatto che ieri sera sono arrivata di volata alle 8, senza neanche accorgermene.
Il mio file Power Point mentale aveva previsto che avremmo giocato con lo scatolone fabbricone (sai quell'enorme scatola di cartone dove teniamo colla, skotch, forbici, cartoncini di vario colore e genere, già ritagliati e pastrucchiati, avanzi di stelle filanti e tutto il necessaire per stimolare la fantasia e far sbiellare totalmente me?) e così abbiamo fatto.
Il vinavyl si è spatarrato sulla scrivania (no, non strabuzzare gli occhi, già ti vedo) ma alla fine abbiamo creato un bel quadretto fatto di manine di cartone, colla, palloncini e paillettes.
Solo che alle 8 meno venti ha citofonato La Baby Sitter (ti ho già detto che dobbiamo riparare il citofono vero? E' proprio rotto. Poteva essere lei o Raul Bova e non mi sarei accorta della differenza) e tutto è andato a ramengo.
L'orologio ha preso il suo corso. Le lancette hanno iniziato a girare come delle pazze e io alle 8 e 15 non avevo niente in tavola.
.....
I tre quarti d'ora successivi non sono stati facili.
Ma io e le pupe ce l'abbiamo fatta.
Solo che dopo un po' la cecy era troppo silenziosa e mi sono preoccupata.
Cos'hai amore?
"Ho gli occhi pieni delle lacrime"
E perché?
"E' che mi manca papà" 

mercoledì 8 ottobre 2014

CaroIng


Una cosa che da sempre mi angoscia è la mancanza di memoria. Memoria a breve e lungo termine, memoria storica, memoria di fatti antichi e recenti. Mi domando: come avrà fatto Daria Bignardi a scrivere il suo Non vi lascerò orfani? Ci vuole memoria e tanta. Ok, si possono fare ricerche, si può risalire al cognome dell'avo tramite Internet. Si può chiedere ai nonni (se li hai ancora). Ma il succo del discorso è sempre lo stesso: ci vuole una memoria di ferro. E se non ce l'hai, che fai? Ti annoti tutto? Come nel diario personale lucchettato di quando eri piccina? “Mi ha guardato per almeno mezzo secondo, ci giurerei”. Non si può. Per scrivere la vita ci vuole una vita. E allora mi sforzo di ricordare, di parlare dei ricordi, di segnarmi – almeno – le cose salienti.
Da quando le pupe sono nate tengo una sorta di “calendario delle date importanti”. Quando è nato il primo dentino, quando se ne è andato il ciuccio e a che età l'ha seguito il pannolino. E poi ho un altro libricino dove annoto le frasi che mi fanno tanto ridere, quelle per le quali mi sbellico ancora ora. Ad ex, la lety: “Mamma, facciamo le uova alla Coop?” Voleva dire alla coque.
A te CaroIng cerco di dire le cose importanti ogni giorno. Quelle che sono veramente importanti e anche quelle che mi fanno affondare nello sconforto nonostante importanti non siano. Ho il Master in questo...
Ma tante cose non te le dico. A parole non si può. Al cellulare, guidando, la mattina tanto meno.
Come faccio a spiegarti la faccia che ha la pupa piccola quando mi chiede quanto torna papà? Non posso. Così come non posso dirti che anche il marito della Maestra R è in trasferta fissa a mille chilometri di distanza e lei aveva gli occhioni lucidi quando ce l'ha detto l'altro giorno, all'uscita della scuola.
Sono dettagli, sfumature, precisazioni che si perdono lungo il filo del telefono, lungo i kilobyte delle mail.
E così ho deciso che li scriverò qui. Perché tu, CaroIng, nel leggere questi miei micro racconti ti senta un po' più a casa. E un po' più vicino a noi.